Yahua_Blowgun_Amazon_Iquitos_Peru
Cercare di far convivere un artista con la burocrazia necessaria per regolarizzare la propria attività creativa è come tentare di vestire un gatto: uno ce la può anche fare, ma bisogna sapere che il micio farà di tutto per evitare di essere ingabbiato in quel maglioncino tanto carino dentro cui abbiamo progettato di infilarlo. La questione in effetti è semplice: come il cioccolato è buono ma fa pure male, anche l’istinto artistico di chi è infiammato dal sacro fuoco dell’arte deve essere maneggiato con cautela per evitare che ci si bruci. La libertà creativa infatti, declinabile nei mille modi con cui un artista vorrebbe esprimersi, deve per forza di cose scendere a patti con il corpus di norme che vanno seguite attentamente, sempre se si vuole confezionare un prodotto in grado di essere immesso sul mercato in maniera regolare.

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Leaving an artist alone with the bureaucracy necessary to regularize his creative activity is like trying to dress a cat: you can do it , but you have to know from the beginning that the cat will do anything to avoid being trapped in that sweater so cute that we planned to put it on.

The question is actually simple: how chocolate is good but also makes you feel bad, even the artistic instinct of those who are inflamed by the sacred fire of art, must be handled with care to prevent it from burning.

Sarebbe il sogno di tutti i filmmakers poter prendere la propria attrezzatura e andare in giro a filmare per strada senza troppi problemi, utilizzando qualsiasi immagine e musica passi loro per la testa: purtroppo le norme mettono inevitabilmente dei paletti alle nostre spinte creative e se l’ideale di regista che abbiamo è un tipo come Werner Herzog, che rubò la telecamera dalla Munich Film School per andare a girare, allora è chiaro che dobbiamo ridimensionare un attimino il concetto che abbiamo del rapporto fra arte e legalità.
Fra tutte le espressioni artistiche possibili, la produzione cinematografica è senz’altro quella che più di tutte deve sottostare a precise norme in grado di garantire al prodotto una liceità totale in modo tale da poterlo sfruttare economicamente senza alcun rischio di vedersi, in seguito, ricevere una contestazione per qualche diritto violato. Un’opera cinematografica, essendo una sorta di “contenitore” di svariati apporti creativi e presentando molteplici aspetti artistici (dalla scrittura alla musica, dalla fotografia al montaggio), deve possedere una struttura tale da renderla “a norma” per ciascuno di questi settori.

Prendiamo l’esempio di una troupe che abbia girato delle scene in una qualche località esotica, ad esempio nel Borneo, e poniamo il fatto che gran parte del materiale sia già stato realizzato senza aver fatto firmare le liberatorie necessarie per poter usufruire del diritto di immagine delle numerose comparse. Cosa fare in questi casi? Accendere un cero alla madonna sperando che proprio quell’aborigeno lì che io due anni fa ho filmato mentre sparava frecce avvelenate a un cinghiale non si riveda mai su di uno schermo oppure cercarlo e fargli firmare le dovute carte? E soprattutto, quali rudimenti di conoscenze ha l’aborigeno in proposito alla questione del diritto di immagine? Se viene a scoprire che l’ho inserito nel mio film, si cercherà un buon avvocato per denunciarmi o tenterà di scovarmi per farmi fare la fine del cinghiale? Per evitare l’ipotesi peggiore, è bene mettersi in regola fin da subito, pianificando una struttura di contratti e liberatorie tali da mettermi al sicuro da eventuali ritorsioni di aborigeni dalla cerbottana facile. Peggio ancora di questa già sventurata ipotesi però, vi è l’eventualità che un film, sprovvisto delle dovute carte in regola, non venga nemmeno acquisito dalle case di distribuzione proprio per irregolarità nella gestione dei contratti con tutti gli operatori che hanno partecipato alla realizzazione dell’opera.

Il primo step per avviare un progetto cinematografico deve essere quindi quello di creare un solido impianto contrattuale: prendendo l’esempio di cui sopra, si tratterebbe di capire a quali personaggi presenti nell’opera far firmare una semplice liberatoria e a quali invece un vero e proprio contratto di prestazione artistica. Il discrimine, in questo caso, è la recitazione sotto indicazioni precise del regista, ad esempio facendo dire all’”attore” determinate frasi o istruendolo a eseguire particolari movimenti: queste seppur minime incursioni da parte del regista bastano per rendere ciò che si filma, in qualche modo, “fiction”.

The creative freedom, declinable in thousand ways from artists that would like to express themselves, must inevitably come to terms with the set of rules that must be followed carefully if you want to package an artistic product that can be marketed.

It would be the dream of all film makers take their own equipment and go around the world to film the streets without too much trouble, using any image and music in their head, but unfortunately the rules inevitably bring limits to our creative urges and if  the ideal as a director that we have is to be like Werner Herzog, who stole the camera from the Munich Film School to go to shoot a film, then it’s clear that we need to modify the concept we have of the relationship between art and law.

Among all the possible artistic expressions, the film production is certainly the one that most has to be subject to strict rules that are able to guarantee a totally legitimate product that permit immediatly an economic use without any risk of having, in a second time, some rights violated.

A cinematographic work is a kind of “container” of many creative contributions and presenting various aspects of art (writing music, photography, editor) and it must have a structure to set each of these areas.

Take the example of a crew that had filmed few scenes in some exotic location, such as in Borneo, and the fact that much of the material has already been achieved without having any signature from the owners necessary for licensing the image right.

What do you have to do in these cases? Light a candle to God hoping that the aborigeno that you filmed two years ago while he was shooting poisoned arrows at a wild boar doesn’t  have the possibility to see himself on a screen or look it up for him to make him sign the necessary papers?

And more important is to find out, what are the aboriginal rudiments about the image right? If he discovers that I have included him in my film, will he look for a good lawyer to take a legal action against me or try to find me to let me do the same thing that he did to the wild boar?

To avoid the worst hypothesis, it’s good to set immediately all these things, planning a structure of agreements to be safe from any successive retaliation by the aborigine.

The worst hypothetis, however, is the possibility that a film which lacks of the required papers, is not acquired by the distribution companies for irregularities in the contracts management with all parties who participated in the realization of work.

The first step to start a film project must be therefore to create a solid contract: taking the example above, you should realize who of the characters present in the work have to sign a simple release, because simply appearing in the movie, and who has to sign a contract related to the artistic performance. The distinction, in this case, is wheter the character is acting under exact directions of the director, who will make, for example, the actors saying certain phrases or performing specific movements, although these minimum instructions are enough to make what you shoot, in some way, as a “fiction”.

One thought on “Arte e diritto: perché l’avvocato serve prima e non dopo

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