La clausola di “breakage” nei contratti discografici: ieri e oggi

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Nel settore discografico, con il termine anglosassone “breakage”, che deriva dal verbo “to break” (tradotto in italiano con “rompere”), si intendeva il “danneggiamento” dei dischi in 78 giri che, dal 1898 sino alla fine del 1950, venivano realizzati in resina di gommalacca[1] (shellac resine), un materiale molto delicato facilmente danneggiabile nel trasporto dallo stampatore al distributore[2].

Per tale motivo, le case discografiche introducevano la c.d. clausola di breakage nei contratti discografici sottoscritti con gli artisti, al fine di cautelarsi per non dover corrispondere le royalty sui c.d. dischi rotti. La percentuale di deduzione delle royalty usualmente applicata era stabilita tra il 10% e il 15%. Tale deduzione è solitamente accompagnata nei contratti discografici dalla c.d. clausola di packaging deductions (pari solitamente al 15%-20%).

Negli anni a seguire, la clausola di breakage veniva mantenuta nei contratti discografici delle major anche con riferimento alla produzione di dischi in vinile, musicassette e CD (seppure tali supporti non sono soggetti a facile danneggiamento) come espediente per ridurre il numero di vendite nette oggetto di calcolo per la rendicontazione a favore degli artisti[3].

E’ evidente che tali tipologie di previsioni contrattuali non trovano giustificazione nel campo delle utilizzazioni on line e possono essere oggetto di negoziazione volta alla loro eliminazione, in particolare per ciò che attiene la clausola di packaging deduction.

Un discorso diverso può farsi, infatti, per la clausola di breakage che, in ambiente digitale, si è evoluta acquisendo un nuovo significato nel settore dello streaming.

In particolare, nelle licenze concesse da una casa discografica a piattaforme di social network e di streaming (come Youtube e Spotify), aventi ad oggetto l’intero catalogo (c.d. blancket licenses), la clausola di breakage assume il significato di un ulteriore voce di compenso percentuale a favore dell’artista. Il breakage è, pertanto, un compenso forfettario riconosciuto pro-quota a ciascun artista in proporzione all’ammontare dei compensi da questo ultimo maturati durante il periodo di validità della licenza, ossia in base al c.d. tasso di royalty[4].

Analizzando un contratto di licenza per la distribuzione digitale di registrazioni musicali offerto dalle grandi case discografiche, è facile ritrovare nella sezione dedicata alle royalty il riferimento al breakage, come eccezione rispetto alla regola per la quale il licenziante viene remunerato sulla base degli effettivi utilizzi. Nel caso, infatti, di contratto di licenza sottoscritto dalla major discografica, avente ad oggetto l’utilizzo dell’intero catalogo per servizi di streaming e downloading e in esecuzione del quale la stessa abbia ricevuto un acconto (tipicamente inteso come recoupable but not returnable), quale compenso minimo garantito sulle maturande royalty non attribuibili a determinate registrazioni e/o repertori del proprio catalogo, la casa discografica si riserva la facoltà di riconoscere all’artista la royalty di breakage. Tale compenso viene calcolato sulla quota parte di anticipo non recuperato e non più recuperabile, in proporzione al maturato delle singole registrazioni concesse in licenza dall’artista rispetto al totale delle registrazioni facenti parte del catalogo della major discografica, la quale si riserva in ogni caso, a propria discrezione, la facoltà di applicare metodologie di calcolo differenti e alternative.

In sostanza, nell’evoluzione contrattuale il breakage ha subito una trasformazione sostanziale; da clausola di deduzione sulle royalty oggi si atteggia come compenso forfettario riconosciuto pro-rata sulla ripartizione del minimo garantito non recuperato, calcolato alla fonte sulla consistenza dell’intero catalogo della casa discografica.

Deborah De Angelis

https://www.linkedin.com/pulse/la-clausola-di-breakage-nei-contratti-discografici-ieri-de-angelis/?fbclid=IwAR1BF05up6ADAkXjmkQv1AKWobSHoEZgomuB46LOmoheopHy9qC7BXTz-rw

[1] La gommalacca era prodotta dalla lavorazione delle secrezioni di un particolare insetto simile alla cimice, raccolte sugli alberi in Asia, https://www.ilpost.it/2017/04/22/dischi-vinile/.

[2] Mudge, S., D.J. Hoek. Describing jazz, blues, and popular 78 RPM sound recordings: suggestions and guidelines. Cataloging & Classification Quarterly, vo. 29, no. 3, 2001, p. 21-48.

[3] C. Anderton, A. Dubber, M. James, Understanding the Music Industries, Sage, 2013, 199.

[4] What does breakage mean in the Streaming Age?, (March, 9, 2018), https://hitsdailydouble.com/news&id=310836&title+WHAT-DOES-