LA RIFORMA DELLA DIRETTIVA 29/2001: IL DIBATTITO NELL’ULTIMO ANNO

Trascorsi oltre undici anni dall’emanazione della direttiva Infosoc (2001/29/CE) sull’armonizzazione di alcuni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, si è avvertita da più parti l’esigenza di un aggiornamento della normativa che tenesse conto non solo dei difetti e delle lacune riscontrati nella fase di attuazione della direttiva stessa (recepita in Italia con il D. Lgs. 68/2003), ma soprattutto delle conseguenze che i progressi tecnologici, avvenuti nell’ultimo decennio, hanno apportato alle attuali modalità di creazione, produzione e fruizione dei contenuti, soprattutto, a livello informatico.

Il 13 gennaio 2012, si è tenuto a Bruxelles il convegno “Ten years after the EU Directive on Copyright in the Information Society: looking back and looking foward“, promosso dal CRIDS (Centro di Ricerca Informazione e Società) e l’IViR (Institute for Information Law dell’Università di Amsterdam). Obiettivo principale, come indicato dal titolo del convegno, è stato quello di valutare i risultati ottenuti dalla direttiva nel corso dei dieci anni della sua vigenza e, sulla base di questi, di formulare proposte di riforma in vista di una crescente armonizzazione fra gli Stati membri.

Trascorsi oltre undici anni dall’emanazione della direttiva Infosoc (2001/29/CE) sull’armonizzazione di alcuni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, si è avvertita da più parti l’esigenza di un aggiornamento della normativa che tenesse conto non solo dei difetti e delle lacune riscontrati nella fase di attuazione della direttiva stessa (recepita in Italia con il D. Lgs. 68/2003), ma soprattutto delle conseguenze che i progressi tecnologici, avvenuti nell’ultimo decennio, hanno apportato alle attuali modalità di creazione, produzione e fruizione dei contenuti, soprattutto, a livello informatico.

Il 13 gennaio 2012, si è tenuto a Bruxelles il convegno “Ten years after the EU Directive on Copyright in the Information Society: looking back and looking foward“, promosso dal CRIDS (Centro di Ricerca Informazione e Società) e l’IViR (Institute for Information Law dell’Università di Amsterdam). Obiettivo principale, come indicato dal titolo del convegno, è stato quello di valutare i risultati ottenuti dalla direttiva nel corso dei dieci anni della sua vigenza e, sulla base di questi, di formulare proposte di riforma in vista di una crescente armonizzazione fra gli Stati membri.

La direttrice del CRIDS, Séverine Dussolier, intervenuta nel corso della conferenza, ha pubblicato uno studio nel 2011 in cui si è rilevato che la direttiva Infosoc ha fallito nel tentativo di armonizzare le eccezioni al diritto d’autore, in quanto essa prevede un elenco di 23 eccezioni fra le quali gli Stati membri hanno facoltà di scelta. Ciò inevitabilmente ha determinato scelte diverse per i legislatori nazionali e la vanificazione dell’intento stesso della direttiva in funzione armonizzatrice. Già nel 2007 uno studio dell’INViR sull’attuazione della direttiva aveva evidenziato come il diritto d’autore fosse rimasto essenzialmente legge nazionale, soprattutto in tema di eccezioni e limitazioni, esaminando le conseguenze negative che il principio di territorialità aveva comportato (e comporta attualmente) non solo per i consumatori europei, penalizzati nell’accesso ai servizi, ma per lo stesso mercato comune interno e per la certezza del diritto dell’Unione. Per la Dussolier, se davvero si vuole parlare di “integrazione”, è necessaria una riforma della direttiva sul diritto d’autore che parta dall’integrazione tra gli stessi diritti di proprietà intellettuale e che contempli anche una reale armonizzazione sul piano delle eccezioni e limitazioni ai diritti esclusivi. La proprietà intellettuale è vista come un albero dai molteplici rami, ognuno dei quali costituisce una “branca” della proprietà intellettuale, fra cui i “rami” principali del diritto d’autore e della proprietà industriale. Questi rami, cresciuti in modo ormai disordinato, attendono, infatti, di essere “potati” (da qui il titolo dello studio “Pruning the European Intellectual Property Tree“). Occorre, quindi, far leva sul “tronco” principale e istituire una normativa comune alla proprietà intellettuale, tale da poter giustificare la stessa espressione di “intellectual property”.

Il problema è aggravato dall’obsolescenza della direttiva rispetto ai progressi informatici e tecnologici degli ultimissimi anni. Tali problematiche sono state evidenziate nel summit “Innovazione e Proprietà intellettuale” tenutosi a Lisbona nel settembre 2012. Nell’occasione Neelie Kroes, commissario europeo per la Digital Agenda, ha chiesto un ripensamento della funzione che il copyright può svolgere in un contesto sociale profondamente mutato rispetto a quindici anni fa. La dir. 29/2001, «ultimo grande strumento sul diritto d’autore nell’Europa unita», fu infatti emanata sulla base dei lavori preparatori che risalivano al 1998, quando «Mark Zuckerberg aveva 14 anni», «YouTube non esisteva» e «la maggior parte delle persone ascoltava musica alla radio, su CD o nastro». È evidente come lo sviluppo delle nuove tecnologie intercorso nel decennio passato abbia nettamente modificato le abitudini di autori, produttori e consumatori, accentuando l’esigenza di una tutela normativa in grado di adattarsi alle trasformazioni e capace di recepire anche i «suggerimenti di tutti gli stakeholders: artisti, consumatori, aziende e ricercatori». Lo stesso assetto politico, geografico e istituzionale dell’Unione Europea è profondamente mutato, arrivando a inglobare ben 27 Stati: «Come possiamo aspettarci investimenti stranieri se, in pratica, hanno a che fare con 27 diversi set di regole? Come possiamo aspettarci di competere con piattaforme americane?». Secondo la Kroes questo mostrerebbe l’insufficienza dell’integrazione raggiunta fra gli Stati in materia di copyright, necessità che pure viene richiamata come obiettivo nel primo considerando della stessa direttiva 29/2001 in commento.

Il Commissario europeo Michel Barnier, responsabile del dipartimento del Mercato interno e Servizi finanziari, il 7 novembre 2012 ha affermato che il copyright rientra tra le materie che dovranno essere riformate per evitare frammentazioni e disparità di normative fra gli Stati Europei.  Gli obiettivi primari sono quelli di facilitare l’accesso ai contenuti e garantirne una migliore protezione, incentivando al contempo autori e produttori. In questa prospettiva si colloca anche la recente direttiva 77/2011/UE, la quale dovrà essere recepita da parte degli Stati membri entro il 1° novembre 2013 e che armonizza la durata di protezione del diritto d’autore e di alcuni diritti connessi, portando la durata della tutela di questi ultimi anch’essa a 70 anni; ad essa si è aggiunta la recente direttiva 28/2012/UE sulle “opere orfane”. Se la prima punta a dare una “coerenza interna” alla normativa del diritto d’autore e la seconda va a colmare una lacuna esistente, rimangono ancora da definirsi le riforme rivolte alla previsione di un sistema unico di tasse e contributi in materia di diritto d’autore e l’uniformità normativa in materia di equo compenso.

Da ultimo, lo scorso 5 dicembre la Commissione europea, riunita su convocazione del presidente José Manuel Barroso, ha confermato il proprio impegno per una complessiva riforma della tutela dei diritti d’autore, attraverso un progetto da presentarsi entro la fine del 2013 e da attuarsi nel 2014. A partire dall’inizio del prossimo anno la Commissione, sotto la guida dei commissari Kroes e Bernier, darà il via ad una serie di valutazioni e di ricerche, ascoltando le parti interessate. Fra questi, la Société des Auteurs Audiovisuels, fondata nel 2010 da diverse società (fra cui la SIAE) con l’obiettivo di difendere e promuovere i diritti degli autori del cinema e degli audiovisivi, ha sottoscritto una petizione indirizzata alla Commissione ottenendo 16.000 firmatari. Nella petizione si è rilevato come ogni giorno il diritto d’autore venga violato anche attraverso la proposizione di «nuove eccezioni», che a detta della Société sono «in realtà delle autentiche espropriazioni», e come «ogni giorno il compenso per copia privata è denigrato». In particolare, la minaccia al diritto d’autore sarebbe costituita dalla «facilità offerta dal digitale» e dagli sviluppi tecnologici che «si sono prodotti ad un ritmo sempre più rapido». Le riforme, pertanto, dovranno rimanere lontane da ogni lobby e, pur adeguandosi ai mutamenti tecnologici, dovranno rimanere in linea con i principi sui quali si è edificata la moderna nozione di diritto d’autore, perché «Ci sono principi fondamentali che nessun tablet, smartphone, o nuovo servizio debbono poter rimettere in discussione. Il rispetto del diritto d’autore è uno di questi».La direttrice del CRIDS, Séverine Dussolier, intervenuta nel corso della conferenza, ha pubblicato uno studio nel 2011 in cui si è rilevato che la direttiva Infosoc ha fallito nel tentativo di armonizzare le eccezioni al diritto d’autore, in quanto essa prevede un elenco di 23 eccezioni fra le quali gli Stati membri hanno facoltà di scelta. Ciò inevitabilmente ha determinato scelte diverse per i legislatori nazionali e la vanificazione dell’intento stesso della direttiva in funzione armonizzatrice. Già nel 2007 uno studio dell’INViR sull’attuazione della direttiva aveva evidenziato come il diritto d’autore fosse rimasto essenzialmente legge nazionale, soprattutto in tema di eccezioni e limitazioni, esaminando le conseguenze negative che il principio di territorialità aveva comportato (e comporta attualmente) non solo per i consumatori europei, penalizzati nell’accesso ai servizi, ma per lo stesso mercato comune interno e per la certezza del diritto dell’Unione. Per la Dussolier, se davvero si vuole parlare di “integrazione”, è necessaria una riforma della direttiva sul diritto d’autore che parta dall’integrazione tra gli stessi diritti di proprietà intellettuale e che contempli anche una reale armonizzazione sul piano delle eccezioni e limitazioni ai diritti esclusivi. La proprietà intellettuale è vista come un albero dai molteplici rami, ognuno dei quali costituisce una “branca” della proprietà intellettuale, fra cui i “rami” principali del diritto d’autore e della proprietà industriale. Questi rami, cresciuti in modo ormai disordinato, attendono, infatti, di essere “potati” (da qui il titolo dello studio “Pruning the European Intellectual Property Tree“). Occorre, quindi, far leva sul “tronco” principale e istituire una normativa comune alla proprietà intellettuale, tale da poter giustificare la stessa espressione di “intellectual property”.

Il problema è aggravato dall’obsolescenza della direttiva rispetto ai progressi informatici e tecnologici degli ultimissimi anni. Tali problematiche sono state evidenziate nel summit “Innovazione e Proprietà intellettuale” tenutosi a Lisbona nel settembre 2012. Nell’occasione Neelie Kroes, commissario europeo per la Digital Agenda, ha chiesto un ripensamento della funzione che il copyright può svolgere in un contesto sociale profondamente mutato rispetto a quindici anni fa. La dir. 29/2001, «ultimo grande strumento sul diritto d’autore nell’Europa unita», fu infatti emanata sulla base dei lavori preparatori che risalivano al 1998, quando «Mark Zuckerberg aveva 14 anni», «YouTube non esisteva» e «la maggior parte delle persone ascoltava musica alla radio, su CD o nastro». È evidente come lo sviluppo delle nuove tecnologie intercorso nel decennio passato abbia nettamente modificato le abitudini di autori, produttori e consumatori, accentuando l’esigenza di una tutela normativa in grado di adattarsi alle trasformazioni e capace di recepire anche i «suggerimenti di tutti gli stakeholders: artisti, consumatori, aziende e ricercatori». Lo stesso assetto politico, geografico e istituzionale dell’Unione Europea è profondamente mutato, arrivando a inglobare ben 27 Stati: «Come possiamo aspettarci investimenti stranieri se, in pratica, hanno a che fare con 27 diversi set di regole? Come possiamo aspettarci di competere con piattaforme americane?». Secondo la Kroes questo mostrerebbe l’insufficienza dell’integrazione raggiunta fra gli Stati in materia di copyright, necessità che pure viene richiamata come obiettivo nel primo considerando della stessa direttiva 29/2001 in commento.

Il Commissario europeo Michel Barnier, responsabile del dipartimento del Mercato interno e Servizi finanziari, il 7 novembre 2012 ha affermato che il copyright rientra tra le materie che dovranno essere riformate per evitare frammentazioni e disparità di normative fra gli Stati Europei.  Gli obiettivi primari sono quelli di facilitare l’accesso ai contenuti e garantirne una migliore protezione, incentivando al contempo autori e produttori. In questa prospettiva si colloca anche la recente direttiva 77/2011/UE, la quale dovrà essere recepita da parte degli Stati membri entro il 1° novembre 2013 e che armonizza la durata di protezione del diritto d’autore e di alcuni diritti connessi, portando la durata della tutela di questi ultimi anch’essa a 70 anni; ad essa si è aggiunta la recente direttiva 28/2012/UE sulle “opere orfane”. Se la prima punta a dare una “coerenza interna” alla normativa del diritto d’autore e la seconda va a colmare una lacuna esistente, rimangono ancora da definirsi le riforme rivolte alla previsione di un sistema unico di tasse e contributi in materia di diritto d’autore e l’uniformità normativa in materia di equo compenso.

Da ultimo, lo scorso 5 dicembre la Commissione europea, riunita su convocazione del presidente José Manuel Barroso, ha confermato il proprio impegno per una complessiva riforma della tutela dei diritti d’autore, attraverso un progetto da presentarsi entro la fine del 2013 e da attuarsi nel 2014. A partire dall’inizio del prossimo anno la Commissione, sotto la guida dei commissari Kroes e Bernier, darà il via ad una serie di valutazioni e di ricerche, ascoltando le parti interessate. Fra questi, la Société des Auteurs Audiovisuels, fondata nel 2010 da diverse società (fra cui la SIAE) con l’obiettivo di difendere e promuovere i diritti degli autori del cinema e degli audiovisivi, ha sottoscritto una petizione indirizzata alla Commissione ottenendo 16.000 firmatari. Nella petizione si è rilevato come ogni giorno il diritto d’autore venga violato anche attraverso la proposizione di «nuove eccezioni», che a detta della Société sono «in realtà delle autentiche espropriazioni», e come «ogni giorno il compenso per copia privata è denigrato». In particolare, la minaccia al diritto d’autore sarebbe costituita dalla «facilità offerta dal digitale» e dagli sviluppi tecnologici che «si sono prodotti ad un ritmo sempre più rapido». Le riforme, pertanto, dovranno rimanere lontane da ogni lobby e, pur adeguandosi ai mutamenti tecnologici, dovranno rimanere in linea con i principi sui quali si è edificata la moderna nozione di diritto d’autore, perché «Ci sono principi fondamentali che nessun tablet, smartphone, o nuovo servizio debbono poter rimettere in discussione. Il rispetto del diritto d’autore è uno di questi».

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